L’elogio alla pazienza.

imageSono nata impaziente.

Fretta di agire, di ottenere ciò che volevo, di bruciare le tappe, di fare tutto quello che desideravo, di prendere decisioni, di imparare, di consumare una relazione, bramosia di sapere e sopratutto di parlare. Mi piaceva tutto questo brio, questa vivacità ed impulsività dello scattista di professione; mi piaceva avere sempre qualcosa da fare senza bisogno di pensarci troppo su e mi sentivo sollevata ad ogni passo -seppur frettoloso-. Mi pareva di aver sempre risolto tutto, di aver trovato il compromesso geniale, il rimedio ad ogni cosa, il riparo da ogni problema, la scappatoia più furba insomma e se non reagivo in breve ad un qualsiasi stimolo, sentivo di aver fallito. È capitato pochissimo infatti.

Un giorno poi, dopo una telefonata fiume fatta di dolore urlato, sono stata malissimo. Il vuoto mi ha inghiottito, quella chiamata mi ha lacerato il cuore e la mia insofferenza da smaniosa incallita si è trasformata istantaneamente in pura sofferenza. Per la prima volta mi sono resa conto di non aver risolto nulla agendo di impulso, anzi, avevo proprio sbagliato. Non avevo fatto i miei interessi e il disordine nei pensieri mi ha devastato per giorni. Mi sono sentita completamente sola ed in balia di tutti in questo delirio. Dopo quell’episodio, mi è capitato di sbagliare poche altre volte, in questo senso eh. Un pianto di troppo, una confessione maldestra, uno scambio di messaggi al vetriolo, una sfuriata sopra le righe sono state le volte in cui sono certa di essermi fatta del male per la fretta.

Non credo di essermi ancora perdonata quella telefonata in effetti, non ho mai perdonato me stessa per essermi esposta così tanto ma ho capito, dopo questa esperienza, come sarei voluta diventare. Ho compreso che la risposta a tutta la mia inquietudine l’avrei trovata con la pazienza. Avrei cominciato ad agire con lentezza, avrei atteso il momento adatto per fare, mi sarei morsa la lingua se necesssario, avrei evitato di stare troppo a pensare alla soluzioneistantanea ed avrei dedicato il mio tempo solo per aspettare. Niente più rattoppi, niente più rammendi, avrei utilizzato le mie energie per imbastire con calma la toppa perfetta per l’occasione, senza la fretta di attaccarla subito. (Perché nella mia vita, spesso di toppe si parla.)

Sono diventata capace di aspettare mesi per dire ad una persona che le voglio bene, ho acquisito la preziosa abilità di stare in silenzio, riesco abilmente a far tacere i pensieri che percepisco come immaturi, mi sento competente quando ci sono in gioco i miei sentimenti perchè mi prendo il tempo per riconoscerli e attendo risposte anche per anni. Anni faticosi ma ricchi di esperienza nella gestione della rabbia, della nostalgia e della malinconia. Anni fruttuosi. Sempre.

Cosa è davvero cambiato dunque? Credo che oltre alla strategia di battaglia, sia cambiato il mio modo di percepire gli altri. Nessuno è più indispensabile. Ora non mi interessa più essere sempre efficiente agli occhi altrui, non mi tange ciò che pensa di me chi non è importante davvero, oggi come oggi non costringo più nessuno a denudarsi se non vuole perchè anche io rimango vestita. Con pazienza si può respirare a pieni polmoni senza il fiato corto della corsa, si riesce ad osservare invece che solo guardare, si è capaci di prendere le misure con attenzione e ci si concede anche la solitudine come premio.

Non ho detto che è facile, oh, ma mi piacerebbe che passasse questo messagio tra queste parole: il non mollare mai si può vivere anche in scioltezza! Si può tutto se si ha la risposta pronta, giusto, ma non è strettamente necessario trovarla subito o comunicarla: take it easy, un vaffanc*** da taschino per ogni ansia e Zerofumonegliocchi.

Commenti

    • Francesca dice

      Ci si deve lavorare su, solo se serve eh. Perché magari non è una buona cosa per tutti.
      Ma la pace… Oh che pace!

  1. dice

    “Con pazienza si può respirare a pieni polmoni senza il fiato corto della corsa, si riesce ad osservare invece che solo guardare, si è capaci di prendere le misure con attenzione e ci si concede anche la solitudine come premio”

    Tu lo sai, io sono nata il contrario di te.
    Paziente.
    Ho sempre pazientato, troppo a volte. Spesso, troppo. E ci soffrivo tanto per questa mia infinita pazienza che sfiniva. Me e anche quelli che tenevano a me.
    Poi un giorno ho capito che soffrivo perché avrei voluto anch’io apparire efficiente agli occhi degli altri, soffrivo perché non lo sembravo. E invece lavoravo dentro.
    Ora anch’io mi concedo la solitudine come premio (anzi, come Vizio) e finalmente ne sono felice.
    Grazie di avermi fatto pensare oggi a questa bella e faticosa conquista!
    (quelle nostre corde che ogni tanto si incontrano… <3)

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